Tarì
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Il tarì o ruba'i è una moneta d'oro di origine araba (1,05 gr. ca.), equivalente a 1/4 di dinar, coniata dai Fatimidi verso il X sec. in Sicilia. Fu poi ripresa dai Normanni e dagli Hohenstaufen (che la imitarono unendo alla leggenda araba segni della religione cristiana come ad esempio un croce a forma di tau) coniandola a Salerno, ad Amalfi e a Brindisi; fu detta anche tareno. Il titolo della moneta restò stabile per praticamente tutto il periodo di dominio normanno sull'Italia meridionale: carati 16 e 1/3 di oro, legato con argento e rame nella proporzione rispettivamente di 3 a 1.
Col passare del tempo il tarì divenne sempre più irregolare tanto che oggi si suppone che i pagamenti in oro si dovesse ricorrere alla bilancia, secondo un uso che sembre trovare conferma sia nell'esistenza di tarì intenzionalmente frammentati sia nell'uso di racchiudere le monete preventivamente pesate in sacchetti sigillati, la surra. L'etimologia della parola tarì è da ricercare nell'espressione rubai tarì che significa quarto di dinar fresco di conio. Restò poi solo la parola tarì.
I tarì siciliani sono sicuramente tra le più prestigiose monete all'epoca, accettate in tutto il Bacino del Mediterraneo. Persero poi il loro grande valore gradatamente per la diminuzione del potere d'acquisto che avvenne. Fu poi da Federico II sostituito nel sistema monetale dall'augustale.
Anche durante la dominazione degli Aragonesi fu emesso un tarì d'argento del valore di 2 carlini da cui il nome di tarì dato in seguito al doppio carlino del regno di Napoli. La denominazione come moneta di conto si conservò nelle Due Sicilie fino al XIX sec.

